venerdì 25 febbraio 2011

I jeans che uccidono

I jeans scoloriti sono sempre stati in voga. Più ancora se molto scoloriti, dall’aspetto logoro, «invecchiati», «vintage»: mode, questione di gusti. Dunque da decenni i produttori mettono in commercio jeans già lavati, lavati «a pietra» (stone-washed). La moda vuole però che non siano scoloriti in modo uniforme ma di più in certi punti, come se consumati dall’uso. Per questo, l’ultimo ritrovato della tecnica è la sabbiatura del jeans: consiste nello sparare sabbia ad alta pressione con dei compressori ad aria, in modo da produrre un processo abrasivo che candeggia il tessuto (in inglese si chiama sandblasting, «esplodere sabbia»). Va fatto a mano, per dirigere la sabbia sui punti che si vogliono scolorire. Così però la sabbia vola. E qui non è più questione di gusti ma di diritto alla salute dei lavoratori. La sabbia infatti contiene naturalmente silice, e questa, se inalata, provoca la malattia del polmoni detta silicosi. Per questo la rete «Clean Clothes Campaign», o Campagna abiti puliti (vedi www.abitipuliti.org) ha lanciato un appello ai produttori di jeans e ai governi per eliminare la sabbiatura. L’allarme è partito dalla Turchia, dove un gran numero di fabbrichette e laboratori (caso classico di economia sommersa) producono capi d’abbigliamento per il mercato soprattutto europeo. Qui la sabbiatura si è diffusa dal 2000. Pochi anni dopo, nel 2005, per la prima volta dei medici hanno diagnosticato la silicosi in lavoratori, uomini per lo più giovani, addetti alla sabbiatura dei jeans. I morti accertati finora sono 46. Nel 2008 è nato un Comitato turco di solidarietà con i lavoratori della sabbiatura, che riunisce lavoratori, sindacalisti, medici, giornalisti: la loro campagna ha avuto effetto, perché nel 2009 il ministero della salute di Ankara ha vietato il sandblasting. Non che i problemi siano finiti: si stima che tra 8 e 10mila persone abbiano lavorato alla sabbiatura nell’ultimo decennio e tra 4 e 5.000 siano affetti da silicosi. Molti sono immigrati dall’Europa orientale; anche se turchi, molti lavoravano in nero, così ora il Comitato sta lavorando per risarcimenti e pensioni di invalidità.
La silicosi non è una novità. Di solito è associata al lavoro nelle miniere, edilisia, o alla fabbricazione di vetro e ceramica (in cui appunto si usa sabbia). Non esiste una cura nota. Si sa che è causata dall’inalazione di polveri contenenti silice libera o cristallina. E’ irreversibile, e continua a progredire anche quando l’esposizione cessa; provoca fibrosi polmonare, enfisema, nella fase finale diventare invalidante e mortale. La cosa impressionante è che nelle miniere la silicosi si manifesta dopo 20 o 30 anni. Ma esposizione più intensa significa periodo di latenza più breve. In altre parole: gli addetti alla sabbiatura dei jeans ne respirano davvero tanta di quella roba, perché gli sono bastati pochi anni, in alcuni casi appena mesi di lavoro per ammalarsi.
In Turchia dunque la sabbiatura è illegale. Nell’Unione europea è ammessa solo se gli abrasivi contengono meno dell’0,5% di silice. Ma costa meno (se non si conta la salute del lavoratore) usare la sabbia com’è, con silice attorno all’80%. Tanto la sabbiatura si fa altrove: Egitto, Giordania, Bangladesh, Pakistan, Cina, Messico.
Alcune aziende hanno risposto alla campagna Abiti puliti impegnandosi a non vendere jeans sabbiati (Lévi- Strauss, H&M, C&A). Non così Diesel, Dolce & Gabbana e Armani, marche ben note che hanno rifiutato di aprire un dialogo. Il minimo è non comprare i loro jeans.

(Marina Forti)

martedì 22 febbraio 2011

A Sanremo un uso pubblico della storia

Mi ha molto stupito il commento di Alberto Mario Banti all’intervento di Roberto Benigni al festival di Sanremo. Non che Banti non dica cose vere e condivisibili dal punto di vista storiografico, specialista qual è del nostro Risorgimento. Sarebbero state appropriate se Benigni fosse andato in una scuola o in un’aula universitaria a spiegare le guerre d’indipendenza e a fare l’esegesi di Fratelli d’Italia. Benigni ha, invece, utilizzato la tribuna (e che tribuna) del Festival per quello che gli storici chiamano da tempo «uso pubblico della storia». Ha cioè parlato della nostra storia nazionale e dei suoi luoghi della memoria, non per raccontarcela o spiegarcela (cosa che non gli compete e che non credo abbia avuto la presunzione di fare), ma per stigmatizzare il presente, lo stato agonico del paese, le spinte centrifughe della Lega e, soprattutto, per invitare gli italiani a svegliarsi, usando la nostra storia nazionale (nella quale, certo, ci sono tante cadute e infamie) come argomento. Lo ha fatto in modo intelligente, brillante e geniale come, quando gli riesce, sa fare solo lui (chi non ricorda la lezione sulla razza in La vita è bella?). Lo ha fatto con l’appello al risveglio del popolo, con le forzature allusive alla minore età di Mameli e l’esplicita lezione (questa sì) di sintassi a Bossi e ai suoi accoliti.
Di «lezione di storia» hanno parlato giornalisti e commentatori, certo non Benigni, che si è presentato dicendo di voler fare solo l’esegesi del nostro inno. Quella che può competere a un attore, un comico, un artista, che quando è grande (e lui lo è) è anche, con buona pace del dott. Forbice, anche un intellettuale. Capace cioè di radiografare quello che alberga nell’intestino di un paese e dimostrare al pubblico la lastra, illustrandola con i mezzi espressivi di cui dispone e che sono propri del suo ruolo. Solo collocando l’intervento di Benigni in un contesto diverso da quello in cui effettivamente si è svolto, acquisterebbero significato le osservazioni di Banti, che vi ha voluto vedere la manifestazione di un risorgente neo-nazionalismo, dimentico dell’internazionalismo, del pacifismo, dell’europeismo e del solidarismo proprio della cultura democratica.
Contrario come sono a ogni rivendicazione identitaria (a partire da quella nazionale), ho trovato di grande efficacia la performance di Benigni. E mi hanno fatto riflettere anche le osservazioni di Banti. Ripeto, pertinenti, ma dalla mira sbagliata. Oggi è la nostra democrazia che traballa, ma quando il mondo ci deride, è il nostro paese e i suoi abitanti, cioè gli italiani, ad essere derisi, non il nostro sistema politico. E ho trovato che l’appello di Benigni al risveglio degli italiani nel nome dell’Italia fosse indirizzato a mondare la nostra democrazia.

Alfonso Botti
Docente di Storia contemporanea
Facoltà di Lettere e filosofia
Università di Modena e Reggio Emilia

domenica 20 febbraio 2011

Dubbi su una lezione di storia

Roberto Benigni a Sanremo: ma certo, quello che voleva bene a Berlinguer! Quello che - con gentile soavità - insieme a Troisi scherzava su Fratelli d'Italia ... Che trasformazione! Sorprendente! Eh sì, giacché giovedì 17 febbraio «sul palco dell'Ariston», come si dice in queste circostanze, non ha fatto solo l'esegesi dell'Inno di Mameli. Ha fatto di più. Ha fatto un'apologia appassionata dei valori politici e morali proposti dall'Inno. E - come ha detto qualcuno - ci ha anche impartito una lezione di storia. Una «memorabile» lezione di storia, se volessimo usare il lessico del comico.
Bene. E che cosa abbiamo imparato da questa lezione di storia? Che noi italiani e italiane del 2011 discendiamo addirittura dai Romani, i quali si sono distinti per aver posseduto un esercito bellissimo, che incuteva paura a tutti. Che discendiamo anche dai combattenti della Lega lombarda (1176); dai palermitani che si sono ribellati agli angioini nel Vespro del lunedì di Pasqua del 1282; da Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; e da Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci. Interessante. Da storico, francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt'altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell'Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l'infondatezza di tale pretesa. E invece, vedi un po' che si va a scoprire in una sola serata televisiva.
Ma c'è dell'altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori - stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. E anche questa è una nozione interessante, una di quelle che cancellano in un colpo solo i sentimenti di apertura all'Europa e al mondo che hanno positivamente caratterizzato l'azione politica degli ultimi quarant'anni.
Poi abbiamo anche capito che dobbiamo sentire un brivido di emozione speciale quando, passeggiando per il Louvre o per qualche altro museo straniero, ci troviamo di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o di Tintoretto: e questo perché quelli sono pittori «italiani» e noi, in qualche modo, discendiamo da loro. Che strano: questa mi è sembrata una nozione veramente curiosa: io mi emoziono anche di fronte alle tele di altri, di Dürer, di Goya o di Manet, per dire: che sia irriducibilmente anti-patriottico?
E infine abbiamo capito qual è il valore fondamentale che ci rende italiani e italiane, e che ci deve far amare i combattenti del Risorgimento: la mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull'altare della madre-patria, la militarizzazione bellicista della politica. Ecco. Da tempo sostengo che il recupero acritico del Risorgimento come mito fondativo della Repubblica italiana fa correre il rischio di rimettere in circuito valori pericolosi come sono quelli incorporati dal nazionalismo ottocentesco: l'idea della nazione come comunità di discendenza; una nazione che esiste se non ab aeterno, almeno dalla notte dei tempi; l'idea della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica; l'idea della comunità politica come sistema di differenze: «noi» siamo «noi» e siamo uniti, perché contrapposti a «quegli altri», gli stranieri, che sono diversi da noi, e per questo sono pericolosi per l'integrità della nostra comunità.
Ciascuna di queste idee messa nel circuito di una società com'è la nostra, attraversata da intensi processi migratori, può diventare veramente tossica: può indurre a pensare che difendere l'identità italiana implichi difendersi dagli «altri», che - in quanto diversi - sono anche pericolosi; può indurre a fantasticare di una speciale peculiarità, se non di una superiorità, della cultura italiana; invita ad avere una visione chiusa ed esclusiva della comunità politica alla quale apparteniamo; e soprattutto induce a valorizzare ideali bellici che, nel contesto attuale, mi sembrano quanto meno fuori luogo.
Ecco, con la performance di Benigni mi sembra che il rischio di una riattualizzazione del peggior nazionalismo stia diventando reale: tanto più in considerazione della reazione entusiastica che ha accolto l'esibizione del comico, quasi come se Benigni avesse detto cose che tutti avevano nel cuore da chissà quanto tempo. Ora se questi qualcuno sono i ministri La Russa o Meloni, la cosa non può sorprendere, venendo questi due politici da una militanza che ha sempre coltivato i valori nazionalisti. Ma quando a costoro si uniscono anche innumerevoli politici e commentatori di sinistra, molti dei quali anche ex comunisti, ebbene c'è da restare veramente stupefatti.
Verrebbe da chieder loro: ma che ne è stato dell'internazionalismo, del pacifismo, dell'europeismo, dell'apertura solidale che ha caratterizzato la migliore cultura democratica dei decenni passati? Perché non credo proprio che un simile bagaglio di valori sia conciliabile con queste forme di neo-nazionalismo. Con il suo lunghissimo monologo, infatti, Benigni - pur essendosi dichiarato contrario al nazionalismo - sembra in sostanza averci invitato a contrastare il nazionalismo padano rispolverando un nazionalismo italiano uguale a quello leghista nel sistema dei valori e contrario a quello solo per ciò che concerne l'area geopolitica di riferimento.
Beh, speriamo che il successo di Benigni sia il successo di una sera. Perché abbracciare la soluzione di un neo-nazionalismo italiano vorrebbe dire infilarsi dritti dritti nella più perniciosa delle culture politiche che hanno popolato la storia dell'Italia dal Risorgimento al fascismo.

Alberto Maria Banti
Professore ordinario di Storia contemporanea
Dipartimento di Storia
Università di Pisa



 

Qui un video con un intervento di Banti su "Immaginare la nazione: la formazione del discorso nazional-patriottico".

venerdì 18 febbraio 2011

Escher aveva ragione



Waterfall (October 1961).


domenica 13 febbraio 2011

Quando? Ora!

3 i fatti.

Eravamo tanti tanti.
La mia stima: qualche migliaio.
Ho orecchiato 7mila.
Non so, vedremo domai sui giornali i differenti numeri degli organizzatori
e della questura.

C'erano molti uomini.
Io pessimista me ne aspettavo un 10-20%.
Invece eravamo alla pari.

L'età media era alta.
Camminando mi giravo e mi guardavo attorno e vedevo molte rughe.
Pochi pochissimi gli studenti e i giovani.

Un uomo e una donna



E poi e poi e poi
e poi e poi
non ho più voglia di parlare
son confuso
non so neanche decifrare
questo gran rifiuto che io sento
non so se è un odio esagerato
o un grande vuoto
o addirittura un senso di sgomento
di disgusto che cresce
che aumenta ogni giorno
mi fa male tutto quello che ho intorno.

E poi e poi e poi
questo gran parlare
che mi viene addosso
bocche indaffarate,
volti da rubriche di successo
eterne discussioni
sono innocue esibizioni, ma fa effetto
questo gusto, questo sfoggio
di giocare all'uncinetto con le opinioni
sono stanco vorrei andarmene lontano
ma purtroppo mi ci invischio
ogni volta mi accanisco
è una droga, non ne posso fare a meno.
E poi e poi e poi
e poi e poi...

Ci siamo noi, un uomo e una donna
con tutte le nostre speranze, le nostre paure
che a fatica ogni giorno cerchiamo di capire
cos'è questa cosa che noi chiamiamo amore.

E poi e poi e poi
è un gran bombardamento di notizie
la vita è piena di ingiustizie
di soprusi veri
devi dare una mano
non puoi tirarti fuori
devi andare a votare, poco convinto
devi fare il tuo intervento
devi partecipare
a questo gioco di potere
sempre più meschino e scaltro
e tutto quello che io sento
è qualcos'altro è qualcos'altro.
E poi e poi e poi
e poi e poi...

Io e lei, un uomo e una donna
in cerca di una storia del tutto inventata
ma priva di ogni euforia e così concreta
che intorno a sé fa nascere la vita.

E poi e poi e poi
non saremmo più soli io e lei
finalmente coinvolti davvero
potremmo di nuovo guardare il futuro
e riparlare del mondo
non più come condanna
ma cominciando da noi
un uomo e una donna.

E riparlare del mondo
non più come condanna
ma cominciando da noi
un uomo e una donna.

venerdì 11 febbraio 2011

H3

Senza saperlo Jimi Hendrix ha vissuto a Londra nella stessa casa dove soggiornò Händel più di 200 anni prima.

Handel Hendrix House



Ieri sera sono andato a Firenze ad ascoltare Roberto Cacciapaglia in un teatro gremito.
Se Sakamoto è il Bach dei nostri tempi, allora Cacciapaglia è Beethoven.
Ho ascoltato i suoi brani ad occhi chiusi e benché sentissi i piedi saldamente ancorati al terreno, la mia testa era come una foglia sospinta in aria dalle arie delle varie composizioni.
Ascoltare la sua musica è quasi come quando si è innamorati.
L'unica differenza è che quando sono innamorato volteggio per aria anche con i piedi, e non solo con la testa.
Alla fine Cacciapaglia ha concesso 3 bis, tirati da ovazioni che sembravano non terminare mai.
Veramente molto bravo.

Se avete voglia di sentire una playlist di alcuni suoi successi cliccate qui.
Altrimenti godetevi questo Canone degli Spazi qui sotto.