venerdì 5 novembre 2010

Credevo non fossero più in vendita

Credevo non fossero più in vendita.
Oggi ne ho viste esposte alcune sulla bancarella di un rigattiere.
Ne ho comperate due.
Erano ancora incellofanate e con il bollino originale della SIAE.
Le ascolterò nell'autoradio, quando sto 3-4 ore in macchina per andare a trovare la mia mamma.

martedì 2 novembre 2010

Il Vero Significato del Perdono

Si parla molto di perdono, soprattutto in ambito spirituale, ma c’è molta confusione riguardo a questo. Che cos’è il perdono veramente?

La vecchia concezione del perdono ci ha insegnato che è l’atto di magnanimità verso qualcun altro da cui si ritiene di aver subito un torto: io ti disapprovo, ti condanno e poi, se sono bravo, ti perdono. Crediamo che il perdono ‘sollevi’ l’altra persona dalle sue colpe. Ma il vero senso del perdono non è questo. Il perdono non ha nulla a che fare con l’altra persona: ha a che fare con noi stessi.

Perdonare significa lasciar andare il passato per poterci dedicare completamente al presente. Significa vivere pienamente il qui e ora. Se non siamo stati capaci di perdonare situazioni o persone del passato, una parte di noi vive ancora imprigionata in quel passato, anche se quelle persone non le abbiamo più viste e quelle situazioni non si sono più verificate. La nostra amarezza per l’accaduto ci accompagnerà per sempre, condizionando la nostra vita presente.

Perdonare significa voltare pagina, non per far star meglio l’altra persona, ma per poter recuperare la nostra energia bloccata (sotto forma di risentimenti, rancori, rimpianti, rabbia, frustrazione, ecc.) e procedere per la nostra strada senza i pesanti fardelli emozionali che il non-perdono comporta. E non commettiamo l'errore di credere che, nel nostro caso, il non-perdono non ci danneggi: se ripensando a quella persona o a quella situazione proviamo una qualche forma di disagio, fosse anche un leggero fastidio, questo significa che quelle emozioni sono ancora dentro di noi e stanno drenando la nostra energia.

C'è poi un altro aspetto che non possiamo ignorare: dietro il non-perdono c’è sempre un’accusa silenziosa che rivolgiamo contro noi stessi. Sempre. Quest’accusa è molto sottile ed è la più difficile da scovare, ma è anche la vera causa (forse l’unica) della nostra sofferenza.

Se ad esempio non perdono qualcuno perché mi ha maltrattato, potrei non perdonare me stesso per averglielo permesso. Se condanno qualcun altro perché ha fatto soffrire una persona a me cara, potrei essere arrabbiato con me stesso perché non sono riuscito a proteggerla come avrei voluto. Se sono furioso con la mia azienda perché mi ha licenziato, potrei essere altrettanto furioso con me stesso per non avere fatto abbastanza per impedirlo. Se odio il mio coniuge per avermi abbandonato e non lo voglio perdonare, è possibile che dentro di me ci sia un’altrettanto potente condanna per non aver compreso in tempo le sue intenzioni, ecc.

Rintracciare la ‘colpa’ che riteniamo di aver avuto, dietro le apparenze, è anche il solo modo per poter perdonare veramente. Il vero perdono, quello più profondo, è quello verso noi stessi, perdonare gli altri è solo il primo passo. Quasi sempre il reale destinatario del nostro odio è molto più vicino di quanto pensiamo: siamo noi.

Perdonare, allora, significa anche saper essere compassionevoli verso noi stessi, sapere che in ogni momento della nostra vita abbiamo fatto del nostro meglio, e che la nostra consapevolezza di quel momento non ci avrebbe permesso di agire altrimenti; perdonare significa accettare di aver avuto delle fragilità, di aver commesso degli errori, insomma, di essere 'umani'.

L’obiettivo che ci diamo dunque questo mese è quello di ricercare la silenziosa accusa che  rivolgiamo verso noi stessi nascosta dietro il mancato perdono verso qualcun altro. Di che cosa silenziosamente ci incolpiamo? Ricordiamo che l’accusa verso noi stessi, dal punto di vista razionale, può essere totalmente infondata, quindi non dobbiamo ricercare una coerenza, ma solo prendere contatto con i nostri sentimenti profondi.

La domanda che ci possiamo porre è: in questa situazione se ci fosse un’accusa che rivolgo a me stesso, quale sarebbe? Non accontentiamoci di una prima risposta sbrigativa nella quale noi ci tiriamo fuori da ogni responsabilità, perché spesso a livello profondo non la pensiamo così.

L’esercizio della compassione, cioè della comprensione amorevole, priva di giudizio, dunque, è il primo passo che possiamo compiere verso la libertà: la libertà di procedere oltre nella nostra vita, senza le catene del passato.

Attenzione anche a non cadere nel tranello di pensare che se poi mi perdono allora posso compiere ogni sorta di nefandezza. Questa è una paura totalmente infondata. Il perdono è un superamento della situazione, mai uno sconto della pena, un ‘farla franca’. Sono veramente in grado di perdonare me stesso e gli altri solo quando ho compreso i miei e gli altrui errori e sono andato consapevolmente oltre.

Il perdono è come gli stivali delle sette leghe, ci permette di compiere passi enormi, perché finalmente privi di quei pesanti fardelli emozionali che ci portiamo sulle spalle, e privi anche di quegli invisibili lacci che ci tengono legati al passato. E ricordiamo che, come afferma Gandhi, il perdono non è certo un atto di debolezza, poiché solo i forti sono in grado di perdonare. E ci vuole una grande consapevolezza per poterlo fare con il cuore.

(Gabriella d'Albertas)

lunedì 1 novembre 2010

A Girl, a Boy, and a Graveyard




Lucy takes the long way home
meets me in a field of stone
she says "i don't know how i'm s'pose to feel
my body's cold my guts are twisted steel."

and i feel like i'm some kind of frankenstein
waiting for a shock to bring me back to life
but i don't want to spend my time
waiting for lightning to strike.

so underneath the concrete sky
lucy puts her hand in mine
she says "life's a game we're meant to lose.
but stick by me and i will stick by you."

cause i'm like a princess in a castle high
waiting for a kiss to bring me back to life
but i don't want to spend my time
waiting for just another guy.

(Jeremy Messersmith)
 

domenica 31 ottobre 2010

Sento la mia vita come un caffè stantio


Prima di scivolare nell’azzurro intenso della piscina, sul prato della loro meravigliosa casa in Toscana, George Woodman sussurra: «Mi piacerebbe avere un poco del successo che ha avuto lei». Anche se la sua «gelosia » si smorza di fronte alla perdita di una vita lasciata a poco più di vent’anni. «Vivere è bello, sono felice di avere l’esperienza dei miei 77 anni». Siamo in The Woodmans il film di C. Scott Willis, nella sezione Extra, ovvero il mondo di Francesca Woodman la cui arte comincia a essere amatissima solo dopo la suamorte. Ma lei, dice chi le stava accanto, era sempre troppo avanti sui tempi, anche quando fotografava la moda, quelle inquadrature che spiazzavano l’immagine «vacua» delle modelle hanno fatto scuola oggi, trent’anni dopo.

George è suo padre, artista astratto mai riconosciuto, che dopo la morte della figlia amatissima si dedica alla fotografia, scatta immagini con fanciulle adolescenti, a lei molto somiglianti, copiandone le pose e lo stile con un effetto lolita-artie del tutto ignoto al corpo morbido e tormentato di Francesca. Lei è surrealimo, performance, ricerca di un linguaggio che come scrive nel suo diario, riesca a svelare la realtà. Un’altra, quella non evidente del conflitto, del dolore, della ricerca di un’identità che, quando lei esce dal quadro, spalanca sempre un vuoto.

Il film ne ripercorre la vita attraverso le voci dei genitori, gli amici di infanzia, le amiche dell’università, il fratello Charlie. Una famiglia che custodisce con estrema attenzione la memoria della figlia - per questo forse è «obbligata» la relazione - ma Willis è molto bravo nell’ascoltare senza pregiudizi, e sa lasciare molte maglie aperte nella trama intorno alla figura di Francesca. È il modo più rispettoso e delicato di restituire un’immagine a chi non è più lì, a chi non può più raccontare di sé.

Anche Betty, la madre, è artista, lavora con le mani la ceramica, il film la incontra nella lunga preparazione di una enorme tela che sarà poi esposta a Pechino nell’ambasciata americana in occasione dei giochi olimpici. L’arte per George e Betty è la vita, su questo hanno fondato la loro relazione che va avanti da cinquantasette anni come dicono con orgoglio. Francesca scriveva nel suo diario: I miei genitori sono così così sposati non voglio essere come loro.

L’arte, e il lavoro duro, senza cedimenti dell’artista, quasi una fede. Così educano i figli, Charlie e Francesca, per loro è normale vederli creare arte. Un giorno il ragazzino grida al padre: perché non sei come gli altri? Perché non vai in ufficio? Il padre andrà a scuola a spiegare cosa fa, nell’America degli anni ’60 non basta a conquistarli, il papà di un bambino pilota di jet è molto più popolare.

Francesca esce di casa presto, ragazzina delle medie, c’erano conflitti tra i genitori e il fratello e poi chissà... Al college comincia le sue foto, ne è sempre protagonista, materia e scena col suo corpo di una sperimentazione irrequieta e insaziabile. Fusa nella natura, in stanze vuote e scassate, il corpo è sempre nudo ma non ci sono ammiccamenti. È uno spazio mentale, sensuale, è la dove l’arte nella sua storia ha preso forma.

Di lei le amiche dicono che metteva il sesso avanti a tutto - ma nel film non incontriamo nessuno dei suoi fidanzati. C’è Benjamin, complice nella sua arte, lo amava, soffriva - Sono felice quando non mi tratta come un insetto scrive.

Il corpo danza dolore, sentimento, si sporca di vernice, si nasconde nella plastica. Era determinata ricorda la sua modella romana. E molto fragile anche. Egocentrica come gli artisti. Voleva essere riconosciuta, la depressione la massacra: sento la mia vita come un caffè stantio scrive prima di volare giù, come un’eroina di Shirin Neshat dal grattacielo su New York.
Nel caledoscopio delle voci, i sensi di colpa dei genitori, il fratello, affiorano frammenti di Francesca. Lei però - e questo dice Hillis - è nelle sue fotografie, nei video, in un gesto artistico rimasto fino a oggi. Di emozionante assolutezza.

(Cristina Piccino,
il Manifesto, 31 ottobre 2010,
in occasione della presentazione di "The Woodmans" al festival di Roma).




Sono particolarmente legato al lavoro di questa artista.
Ne parlai a gennaio e ad aprile.
Perdonate l'insistenza.




venerdì 29 ottobre 2010

martedì 26 ottobre 2010

Breve doppio esercizio di docimologia

Dato questo insieme di 14 voti:

6, 6-, 6--, 6+, 6++, 6 e ½, 6/7, 7, 7-, 7--, 7+, 7++, 7e ½, 7/8

  • ordinarli in ordine crescente;
  • associare ciascuno di essi con il corrispondente numero reale (ad es. 6 e ½ è associato a 6.50).

domenica 24 ottobre 2010

Una sconfinata giovinezza


Stamani a colazione con MS, tra un caffè e una fetta di crostata ai fichi (9 e ½) abbiamo parlato di tante cose. Abbiamo spaziato dall'adolescenza (qualcuno è fuggito scalzo per qualche ora, altri per qualche giorno) agli architetti (Fontana a Treviso) fino all'Alzheimer. Nella mia lista di film da vedere avevo già segnato l'ultimo di Pupi Avati e anche MS mi ha consigliato di vederlo (ma andandoci solamente se preparati e io...). Così stasera, in un freddo e vuoto cinema di quartiere (sì e no 20 spettatori in sala), me lo sono visto. E si conclude con altra fuga, una fuga verso una sconfinata giovinezza e verso il cane Perché. Chissà se questa malattia è familiare o ereditaria.





Avec le temps,
avec le temps, va, tout s'en va,
on oublie le visage
et l'on oublie la voix,
le cœur quand ça bat plus,
c'est pas la peine d'aller chercher plus loin.
Faut laisser faire, c'est très bien.

Avec le temps,
avec le temps, va, tout s'en va.
L'autre qu'on adorait,
qu'on cherchait sous la pluie ;
l'autre qu'on devinait au détour d'un regard entre les lignes,
entres les mots et sous le fard d'un serment maquillé
qui s'en va faire sa nuit ;

avec le temps tout s'évanouit...
Avec le temps, avec le temps, va, tout s'en va.
Même les plus chouettes souvenirs,
ça t'a une de ces gueules.
A la galerie "J'farfouille" dans les rayons de la mort,
le samedi soir quand la tendresse s'en va toute seule.

Avec le temps,
avec le temps, va, tout s'en va…
L'autre à qui l'on croyait, pour un rhume, pour un rien.
L'autre à qui l'on donnait du vent et des bijoux ;
pour qui l'on eût vendu son âme pour quelques sous.
Devant quoi l'on s'traînait comme traînent les chiens.

Avec le temps, avec le temps, va,
tout s'en va…
On oublie les passions et l'on oublie les voix
qui vous disaient tout bas, les mots des pauvres gens :
"Ne rentre pas trop tard, surtout ne prends pas froid".

Avec le temps,
avec le temps, va, tout s'en va et l'on se sent blanchi
comme un cheval fourbu et l'on se sent glacé
dans un lit de hasard et l'on se sent tout seul,
peut-être, mais pénard.
Et l'on se sent floué par les années perdues.
Alors vraiment, avec le temps…
On n'aime plus

(Léo Férré, Dalida, 1971)