domenica 6 febbraio 2011

Pancakes

Cosa si fa la domenica pomeriggio (dopo che la mattina si è vinto a volley e si sono già fatti i compiti per il lunedì)? Si decide che si prova una delle ricette dell'UNICEF. Si va a casa di là a prendere il libro. Si sceglie in macchina la ricetta più semplice. Si telefona a casa di qua per controllare gli ingredienti che già ci sono. Si va all'IperCoop a prendere quelli mancanti: 25 minuti di macchina verso l'unico supermercato aperto di domenica + altri 25 minuti di coda (forse anche il rimanente migliaio di macchine si è accumulao in un raggio di 500 metri dal supermercato per acquistare gli ingredienti di qualche altra ricetta?). Dopo aver acquistato arance, cannella, latte, zucchero a velo e cacao si torna a casa e si comincia! Ma quasi subito ci si stoppa. La ricetta è perentoria (cliccare per credere) e dice che bisogna lasciar riposare l'impasto per due ore. Dopo cena si riparte e vai! La prima frittella (prova di babbo) è un esteticamente un aborto ma si lascia manggiare. La seconda (1ª figlia) e la terza (2ª figlia) sono decisamente migliori. Ma abbiamo deciso che il succo d'arancia proprio non ci va! E dopo la terza abbiamo buttato il resto dell'impasto che avevamo tutti mal di pancia per le troppe frittelle mangiate (la ricetta secondo me era per 6-8 persone). Ma come fanno gli americani a mangiare ogni mattina queste cose?


giovedì 3 febbraio 2011

Progetto bunga-bunga

prog2011aUn docente di informatica ha dato questo progetto d'esame per il corso di Algoritmi e Strutture Dati.

  Un post apprezzabile solo (forse) dagli informatici.

lunedì 31 gennaio 2011

Il conformista




Stasera vado a controllare se ciò che Grazzini ha scritto 40 anni fa sulle pagine del Corriere della Sera è vero.







giovedì 27 gennaio 2011

La più grande balena morta della Toscana











Non è quella a sinistra, ma quella sotto.
Cliccare per credere.

sabato 22 gennaio 2011

Quei comunisti prima di Berlusconi

Sui novant’anni dalla fondazione del PCI si è aperta a Roma una bellissima mostra. Sono andato a vederla e mi sono commosso.
È così: e finisce che non riesco mai completamente a disfarmi del bagaglio delle domande. Piuttosto me le porto dietro, appiccicate come una seconda pelle.
Volente o nolente: perché il mio percorso di oggi è anche lo specchio del mio passato. Ed è un peccato che il mio passato non se ne stia buono là dove se ne dovrebbe stare, come un anziano cane che ti ha accompagnato per una vita e ora non si muove più dalla sua cuccia.
Ecco, una delle domande che più mi rovista dentro riguarda il senso del mio cammino politico. Mio e di milioni e milioni di persone che con me, negli anni, nei decenni, hanno coltivato quell’enorme speranza - com’altro chiamarla? - cristallizzata in un termine che per altri racchiudeva invece un incubo.
Una parola sola: comunismo.
Sì, lo so che oggi non è particolarmente di moda dirlo, se non nella forma dell’abiura.
Io però lo dico: una volta, qualche tempo fa, ero comunista.
Sono nato in una famiglia comunista, ho frequentato una scuola di partito comunista, sono stato militante comunista, sindaco comunista di Cortona, assessore comunista della Toscana... Da giovane ho distribuito migliaia di volantini. Ho trascorso notti intere in discussioni, fino a che gli occhi non si chiudevano per la stanchezza e gli eccessi da tabacco. Ho partecipato a congressi e assemblee, direttivi e attivi, riunioni di sezione e feste dell’Unità, e quant’altro, quanto davvero, tanto che se ora mi guardo indietro la mia vita mi pare un fiume di parole in piena... Sono stato per anni nel Comitato Centrale del PCI . Ho conosciuto  uomini che hanno fatto la storia di questo paese. Uomini come Enrico Berlinguer. Ho persino incontrato Gorbaciov.
Ho studiato ho parlato, ho scherzato, mi sono accapigliato e poi mi sono riappacificato da comunista.
E poi, cosa è successo?
O peggio ancora: e adesso?

Non voglio dire che parlo solo  della miseria umana e morale in cui Berlusconi ha trascinato il mio paese, è ovvio.
E questo non è il passato che posso elegantemente liquidare con una nuova tessera, una nuova appartenenza. Potrei farlo, dovrei farlo, ma non basta.
Perché qui c’è la vita in ballo: la mia vita.
La mia vita e, assieme, una gigantesca tragedia: quella dei paesi che sono stati attraversati, o meglio dire schiacciati, da quel socialismo "reale" tanto crudelmente diverso dal socialismo dei miei sogni.
Ecco, questo è stato un buon motivo per partire e scrivere libri.
Dalle macerie del muro di Berlino verso l’Est europeo e poi verso l’Asia. E quindi ancora dalla Cina di oggi, falce e martello e capitalismo rampante, fino ai Balcani del muro contro muro di popoli e religioni.
Un viaggio a ritroso, alla ricerca di tracce di passato, fallimenti e delusioni della grande utopia comunista
Ma anche il viaggio di chi, per anni, nell’età dei conflitti, ha creduto che in quella utopia si annidassero libertà e democrazia, la giustizia assieme all’eguaglianza.
 Il viaggio è in corso, ma nel mio bagaglio c’è interamente la grande esperienza che ho trascorso nel PCI. Un grande partito democratico e nazionale che nulla aveva a che fare con le tragedie del comunismo ma i suoi silenzi e, per troppi anni, la mancanza di coraggio, lo hanno travolto nel suo fallimento.

Il comunismo è fallito, va bene: e poi?
Le ragioni che hanno alimentato il comunismo, e che il comunismo ha ridotto a torto, non è che siano venute meno.  Bobbio lo diceva benissimo già nel 1989, con le macerie del muro di Berlino ancora fumanti.
«La democrazia ha vinto la sfida sul comunismo storico ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista? Ora che di barbari non ce ne sono più che cosa sarà di noi senza barbari?»
Già: cosa sarà di noi?
Sono passati più di venti anni e a questa domanda ancora non ho una risposta.

Non ho una risposta in questa Italia immobile e ingiusta. Dove ai giovani è stato rubato il futuro, dove un vecchio affetto da satiriasi compulsiva, accerchiato da una corte di ruffiani e papponi, urla contro la magistratura e nasconde il paese reale dietro la vergogna dei suoi festini e delle sue menzogne.
Però ho ben presente anche un’esortazione che non ha perso di attualità. Ancora una volta, sono parole di Bertolt Brecht:
«Cambia il mondo, ce n’è bisogno».

(Tito Barbini, 22 gennaio 2011)

domenica 16 gennaio 2011

Adige in piena (un altro sogno)

Ero a Trento, ospite da amici ma non ricordo chi fossero.
Era morto un loro amico o conoscente. Non ricordo bene. Ma sicuramente era una persona non dico importante ma conosciuta da tutta la comunità.
Uno dei miei conoscenti è andato al funerale mentre io sono tornato dentro un enorme albergo-dormitorio, forse in cerca di A. e C.
Ho trovato un altro conoscente che stava facendo una colletta per la famiglia del defunto.
Volevo aggregarmi, così ho chiesto quanto pìu o meno avessero offerto gli altri per offrire anche io una cifra simile.
Mentre consultavamo la lista L. da distante mi ha detto che non occorreva che mettessi una cifra, perchè noi ci aggregavamo ad Aldo che stava facendo qualcosa anche lui.
Così ho dato una rapida ultima occhiata alla lista e ho notato che sebbene le cifre fossero espresse in Euro (ho visto dei 50, dei 40, dei 10, etc...) il simbolo vicino all'importo non era € ma L di Lire. Mi sono detto che forse utilizzavano un vecchio modulo prestampato di quando c'erano ancora le lire.
Mi sono messo alla ricerca di Aldo per chiedergli che cosa avesse preparato.
Ma penso che Aldo stesse dormendo in una qualche stanza di quell'enorme e incasinato albergo.
Era una struttura su diversi piani, senza corridoi, tutta di legno.
Il legno era vecchio. Certe volte non erano lastre di legno ma veri e propri tronchi cilindrici e neppure troppo levigati.
Mi sono messo a salire per le scale e ad ogni piano che raggiungevo mi addentravo in corridoi e poi risalivo per altre scale e così via.
Mentra facevo questo viaggio all'interno di questa struttura che, vista la mancanza di finestre assomigliava sempre di più ai ponti interni di una enorme nave e io la stavo risalendo dall'ultimo ponte più in basso verso il primo più in alto alla ricerca dell'aria aperta, mi dicevo che da qualche parte, in una delle cabine di quella nave ci dovevano essere anche A e C. ma chissà dove erano.
Ad un certo punto sono finalmente arrivato all'esterno e ho notato preoccupato che nel punto dove sono sbucato c'era il bordo della nave che era quasi sommerso dall'acqua. Non era il mare ma l'Adige in piena.
Ho continuato a salire sul cassero della nave, sempre fatto di tronchi grezzi di legno. Ho continuato forse per un minuto e mi sono accorto che ero quasi sott'acqua e stavo affondando con il resto della nave.
Ho immagazzinato quanta più aria potessi nei polmoni e aggrappandomi ai pioli della scala di legno ho cominciato a ridiscendere alla ricerca di A. e C.
Mentre scendevo e scendevo ero terrorizzato di non trovarle e non salvarle.
E quando la scala a pioli è finita perchè sono arrivato su un ponte mi sono reso conto che per scendere ancora avrei dovuto percorrere dei corridoi e cercare le scale tradizonali. Ma sott'acqua col buio non le avrei mai trovate e mi sarei perso nei dedali dei ponti della nave e sarei annegato anche io.
Tristemente ho deciso di abbandonare la ricerca e sempre aggrappato ai pioli di legno ho ricominciato a salire per mettermi in salvo.
Ma la scala non finiva mai e l'acqua era sempre più fredda e torbida e io cominciavo a non avere più aria nei polmoni e ...
Pensavo di morire o di essere già morto perché tutto era nero, senza luce, e nulla si muoveva e non si vedeva e sentiva niente.
E improvvisamente invece mi sono svegliato dentro una barchina stretta e minuscola di legno (forse era il cassero della nave) che sfrecciava come un proiettile dentro i tunnel della metropolitana che portano i passeggeri verso i binari.
Aggrappato a questo guscio di noce che stava perdendo velocità ma che sfrecciava comunque veloce pensavo dentro di me che qualche meccanismo di sicurezza dell'Adige doveva aver agganciato il cassero e averlo depositato nel sistema della metro.
Il veloce guscio di noce sfrecciava impazzito nei tunnel. Alcuni pedoni vedendolo arrivare riuscivano a scansarsi all'ultimo momento per non essere investiti.
Tutti i pedoni mi guardavano stupiti, non capendo chi fossi e perché fossi lì.
Una persona di spalle che guidava un carrello non mi ha visto e il guscio di noce lo ha investito.
ma non si è fatta troppo male perché oramai il guscio aveva rallentato parecchio e poi si è fermato.
Alcuni pedoni, i meno stupiti, si sono messi a battere le mani, come l'inizio di un applauso.

E mi sono svegliato.