lunedì 12 ottobre 2015

Frankenstein fu concepito a Pisa?



La risposta è no, ma mi piace pensarlo.
E così piace anche a Gipi, ai Sacchi di Sabbia e a molti altri.

Ridley Scott si è rammollito



Ridley Scott si è rammollito.
Dopotutto ha i suoi 78 anni.
E non è più quello di Alien e di Blade Runner (e neppure di Thelma & Louise).

domenica 11 ottobre 2015

Minoranza del PD ridicola e penosa

Il professore Alberto Asor Rosa, icona degli intellettuali di sinistra, è stato il primo a usare la definizione di mutazione genetica nel linguaggio politico. Accadde nella Prima Repubblica, con il Psi di Bettino Craxi. Trent’anni dopo la stessa metafora scientifica accompagna, nella vulgata giornalistica, il Pd renziano nel suo grottesco viaggio verso la destra peggiore di questo Paese, quella degli ex berlusconiani Denis Verdini e Angelino Alfano, futuri inquilini o alleati del Partito del la nazione.

Professore, che cosa sta diventando il Pd di Renzi?
«Un partito nuovo che non ha più una base di massa, risponde al comando di un leader incontrastato e ha un gruppo dirigente conservatore di destra».

È una perfetta definizione accademica, senza fronzoli. Un partito di destra, nemmeno di centro.
«Ãˆ un dato di fatto che l’attuale vertice del Pd ha escluso dal gruppo dirigente ogni erede della tradizione comunista, ma anche progressista o riformista. Sono tutti ex democristiani».

Una nuova Dc.
«No, perché ai vecchi democristiani non sarebbe mai venuto in mente di proclamare il Partito della nazione. L’obiettivo del PdN è l’ulteriore perfezionamento in termini di destra di questa tradizione centrista, che non ha ritegno a considerare interlocutori Alfano e Verdini».

Risultato: Verdini non è il mostro di Loch Ness (Renzi dixit) ma Marino sì.
«La liquidazione di Marino può essere annoverata tra le molteplici iniziative di Renzi e del renzismo di avere sull’Italia un controllo totale. Quando questo controllo non c’è si ricorre all’aggressività».

Marino ci ha messo del suo.
«Il sindaco di Roma non ha rivelato quella tempra di condottiero necessaria, ma non ho dubbi che abbia prevalso, contro di lui, una spinta eversiva e catastrofica proveniente da tante parti».

Com’è possibile che il Partito di Loch Ness nasca a sinistra, anziché a destra?
«La risposta è facile. Per mettere in moto questo processo occorreva che la forza trainante fosse una parvenza di sinistra dietro cui nascondersi, altrimenti ci sarebbe stato un coro di sghignazzamenti, se non di manifestazioni di piazza».

Quindi il berlusconismo è stato meno pericoloso del renzismo.
«Sì, “Silviuccio” non era in grado di elaborare culturalmente una simile invenzione. E politicamente la piazza glielo avrebbe impedito».

A Renzi no, invece.
«Può fare quello che sta facendo perché il Pd è mutato nelle sue radici e la mutazione genetica ha investito anche i suoi elettori. Non dimentichiamo che lui arriva dopo una sequela pluridecennale di fallimenti del centrosinistra e la gente ha pensato: “Almeno questo fa qualcosa”».

Il fatidico 40 per cento alle Europee.
«Renzi ha un consenso vasto anche se il punto culminante del suo successo è già alle nostre spalle».

All’orizzonte c’è però l’autoritarismo della nuova Costituzione.
«Qualsiasi atto del presidente del Consiglio mira al restringimento della democrazia, in termini di spazi e di base del consenso. Contano solo i vertici del potere, dalle rappresentanze politiche al preside-manager della scuola. Per renzismo, intendo questo».

Combattere il renzismo dall’interno del Pd non sembra possibile.
Sulla minoranza del Pd, in questi giorni, mi sono venute in mente solo due parole».

Quali?
«Ridicola e penosa. Ridicola perché ha fatto ridere la battaglia su alcuni particolari della riforma Boschi. Penosa perché il risultato ha dimostrato che la minoranza non conta nulla. Poi ha superato anche il limite etico-politico perché non si è vergognata di votare con Verdini».

Fuori dal Pd c’è un deserto a sinistra?
«Deserto mi pare eccessivo. Ci sono tanti pezzetti sparsi ma non c’è nessuno in grado di convogliare queste forze verso la stessa direzione».

Un effetto collaterale della mutazione genetica?
«Dalla crisi dei grandi partiti di massa nati dall’antifascismo e dalla Resistenza non c’è stata nessuna vera scintilla».

Come si qualifica una mutazione?
«Quando cambiano natura, vocazione e cultura».

Nel Pd renziano?
«Si parte dall’idea che i conflitti sociali siano dannosi per cui i sindacati diventano il nemici. Così la cultura della nazione impone una ratio comune che è quella del grande capitale e della grande finanza. Il terzo punto è il restringimento della democrazia. Il Partito della nazione, sviluppato sino in fondo, comprenderà anche Berlusconi e i berlusconiani, non solo Verdini e Alfano».

sabato 10 ottobre 2015

Le grandi navi



Quando ho visto questo scorcio oggi a Firenze ho voluto subito fotografarlo, senza capire bene il perché.

Solo adesso, ragionandoci con calma, mi sono reso conto del perché.

Mi ricorda uno scorcio simile a Venezia, immortalato da Gianni Berengo Gardin.

domenica 4 ottobre 2015

Mareggiata



La spiaggia quel giorno era battuta da un vento forte. La sabbia veniva trascinata via, leggera.

I cavalloni si fracassavano uno sopra l’altro, inseguendosi senza tregua. Un cielo basso, scuro, squarciato a tratti da baluginii, preannunciava pioggia.

Respiravo voluttuosamente l’aria fresca di salmastro, osservavo con avidità il paesaggio scosso e disuguale. Lungo la riva, ad intervalli, la straccaglia si raccoglieva in mucchi disordinati. Conchiglie perlacee e pezzi di legno lavorati sapientemente dal mare, trasportati dalla furia.

Improvvisamente ti ho scorto. Di spalle, i capelli bruni ondeggianti, una sacca di traverso, raccoglievi con cura materiale per le tue collezioni.

A tratti l’acqua ti lambiva i piedi ma tu procedevi come altre volte, noncurante.

Sorridevi. E il tuo viso era rischiarato dal riverbero, da quell’aria strana, serenamente tempestosa e spettrale.

Una sera qualsiasi, ora crepuscolare, di inizio primavera.

L’orizzonte prometteva qualcosa di imminente. Grosse gocce iniziarono a cadere ma io rimasi a guardarti, poco distante.

Desideravo avvicinarmi, rivedere quel sorriso che ti illuminava gli occhi. In modo così speciale.

“Mi sono innamorato di questa donna perché…..beh, ci sono tanti motivi affinché questo accada.

Intanto la sua solarità, che è una forma di bellezza.

Certo, la sua bellezza. Alta, gli occhi castani quasi sempre brillanti di entusiasmo e un sorriso incredibile.

Un corpo snello e lunghi capelli neri che si posano in riccioli sulle spalle.

E una bella testa, interessante.

Quando l’ho conosciuta amava molto i libri ed era sempre pronta allo scherzo. Amava molto la gente. E parlare.

Era attiva politicamente. Insomma, tutto il contrario di me. Io non amo molto mischiarmi alle cose e alle persone. Sono un solitario.

Non voglio dipendere da niente e da nessuno, non mi interessa esternare l’amore che provo per questa o quella idea.

E anche a lei non dicevo più di tanto. Potrebbe aver letto nei miei occhi, anzi sicuramente non avrà avuto problemi a farlo.

Nei miei occhi ha visto tutto quello che c’era da vedere.

Ammirazione, rispetto, desiderio, considerazione, amore…….e la sua immagine riflessa. Quella vera. Quella che mi rimandava lei. Di una semplicità sconcertante.

Non è mai stata facile alle lacrime e anche questa cosa ho apprezzato in lei. Inoltre non si scoraggiava facilmente di fronte alle difficoltà. E pure questo, inutile dirlo è un punto a suo favore. Penso che la frivolezza non abbia fatto mai parte della sua vita, neppure prima che la conoscessi.

Ci siamo conosciuti per caso. Un viaggio in comune, sul treno. In mezzo a tante persone. La sua borsa è caduta a terra e io mi sono chinato a raccoglierla. Lei mi ha ringraziato con un sorriso e io non ho capito più nulla. È così, non mi vergogno a dirlo. Ora. Non glielo ho mai detto ma credo sia stato abbastanza evidente. Penso che l’abbia capito a suo tempo. Un sorriso che conquistava in secondi, perché a sorridere nonn era soltanto la bocca ma tutto il viso. E gli occhi. Sotto gli occhi si formano delle pieghe sottili che tutte le volte mi fregano. E anche quella volta lì. Ho cercato con garbo di trovare un argomento e prolungare la conversazione, guardandola negli occhi. E lei non ha obiettato. Mi ha parlato con entusiasmo del viaggio che aveva intrapreso e dell’appuntamento che aveva con certi amici, una volta vicino al confine, per proseguire assieme a loro in macchina. Un viaggio di venti giorni in tutto: Tra Francia e Spagna. Dove avrebbe trascorso la maggior parte del tempo. Aveva gli occhi sognanti……sì, sognanti. Ed era uno spettacolo bellissimo. Era vestita da viaggio, una camicia lunga, una giacca di cotone scura e un paio di jeans. E quel viso da sballo. Lievemente abbronzato, e aperto, cordiale. Privo di trucco. Una donna vera.

Sarà per questo che sono qui oggi. E tutti i prossimi giorni. Davanti a questa foto dove la pioggia frequente da queste parti batte spesso, vivace. E il sole getta i suoi raggi più focosi. Qui, in aperta campagna dove in inverno le mattine sono bianche di brina e in estate la calura è assordante. Dove neppure i quaranta gradi dell’agosto appena trascorso mi tengono lontano. Dove i fiori appassiscono e ne porto ogni giorno. Ogni giorno. Di nuovi, di seta, di grandi, di campo. Quelli che preferiva lei. Arrivo qua in bici, le nostre canzoni preferite nelle orecchie diffuse dagli auricolari. E il suo sorriso in mente. Un sorriso che conquistava in secondi, perché a sorridere non era soltanto la bocca ma tutto il viso. E gli occhi. Sotto gli occhi si formano delle pieghe sottili che tutte le volte mi fregano…….”.

Rimasi dove mi trovavo, invece. Ora pioveva decisamente forte ma tu continuavi a camminare lungo la riva. Gustandoti quel momento, intensamente. Amavi la pioggia, il tempo scuro, il mare spumeggiante bufera.

Il vento non mi dava tregua. Portava con sé la commozione che segnava il mio viso, strapazzato dal sale. Ma era necessario tornare qui. Trovare con fortuna estrema un giorno come questo.

Gelido, grigio, col mare urlante di gioia rabbiosa. E vita. Nello stesso tempo.

Perché tu eri vita. E te ne stavi lì, priva del colore di un addio.

Il tuo sorriso entusiasta, lo sguardo sognante. Perso. Nelle ombre della sera.

(Maria Beatrice Berti)

sabato 3 ottobre 2015

Se Venezia muore

Nella traduzione in francese e tedesco del suo ultimo libro «Se Venezia muore» Salvatore Settis ha cambiato la copertina. E ci ha messo una delle immagini del suo amico Berengo Gardin sulle grandi navi che passano a poche decine di metri dal palazzo Ducale. «Vediamo se il sindaco Brugnaro riuscirà a vietarne la vendita nelle librerie», ha scritto a un amico.



In tre modi muoiono le città.

Quando le distrugge un nemico spietato (come Cartagine, rasa al suolo da Roma nel 146 a.C.);

Quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, scacciando gli autoctoni e i loro dèi (come Tenochtitlán, la capitale degli Aztechi che i conquistadores spagnoli annientarono nel 1521 per costruire sulle sue rovine Città del Messico);

O infine, quando gli abitanti perdono la memoria di se stessi, e senza nemmeno accorgersene diventano stranieri per se stessi, nemici di se stessi.

Questo fu il caso di Atene, che dopo la gloria della polis classica, dopo i marmi del Partenone, le sculture di Fidia e le vicende della cultura e della storia segnate da nomi come Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle, Demostene, Prassitele, perse prima l’indipendenza politica (sotto i Macedoni e poi sotto i Romani) e più tardi l’autonomia culturale, ma finì col perdere anche ogni memoria di se stessa. Noi spesso, travolti da un facile classicismo di scuola, la pensiamo immobile per secoli nel biancore dei suoi marmi e rifiorita a nuovo splendore con l’indipendenza politica della Grecia nel 1827.

Ma non è così: quando verso la fine del XII secolo il dottissimo Michele Choniate, che veniva da Costantinopoli, divenne vescovo di Atene, restò sbalordito davanti alla terribile ignoranza degli Ateniesi, che non sapevano più nulla delle glorie antiche della propria città, non sapevano più dire ai forestieri che cosa fossero i templi ancora intatti, né sapevano più indicare dove avessero insegnato Socrate, Platone, Aristotele.

Se mai Venezia dovesse morire, non sarà per invasioni nemiche né per l’irruzione di un nuovo popolo. Sarà soprattutto per oblio di se stessa. Oblio di sé, per una comunità del nostro tempo, non vuol dire soltanto dimenticanza della propria storia e delle glorie e sconfitte del passato. Vuol dire anche la mancata consapevolezza di qualcosa che è sempre più evidente e necessario: il ruolo specifico di ogni città rispetto alle altre, la sua unicità e diversità, virtù che nessuna città al mondo possiede quanto Venezia. Sono virtù non solo preziose, ma necessarie in un mondo in cui l’antica dimensione urbana è stata non solo amplificata a dismisura ma stravolta dalla crescita di enormi megalopoli, formicai umani dove in nome della produttività vengono ammassate decine di milioni di uomini, spesso condannati a condizioni e ritmi di vita che nulla hanno a che fare con il senso e lo spirito della città, massima creazione culturale del genere umano, quale venne formandosi attraverso millennii di storia.

venerdì 2 ottobre 2015

Gli orsi e le donne



Ecco cosa succede quando una donna spruzza spray urticante verso un orso.
L'orso (anche se non è polite) ha tutta la mia più completa solidarietà.